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sabato 12 maggio 2012

Takaoyama atto primo

Stavolta vi presento una nuova sperimentazione di post. Ci ho tribolato sopra parecchio, praticamente ho passato mesi a sperimentare modi alternativi per proporvelo: ho fatto un vero e proprio album fotografico con tanto di disegnini e stickers, ho provato a fotografarlo pagina per pagina per poi modificarlo a photoshop ma niente. Sono passata alle scansioni vere e proprie ma anche quelle non andavano bene, d'altra parte l'unico modo sarebbe stato quello di proporvi immagini su immagini da caricare una per una e insomma... Alla fine mi sono risolta per lo stile da album ma ricreato direttamente a photoshop in versione immagine lunga a scorrimento. Come ho già detto è solo una sperimentazione quindi se è inguardabile stroncatemi le gambe subito per favore. Tema: trattasi di scampagnata su per il monte Takao fatta l'anno scorso a fine settembre. Ci sono poche cose da sapere: sul monte oltre a tutta una serie di templi non c'è praticamente altro, non si capisce perché ma ci sono banchetti di dango praticamente ovunque e impera l'immagine del tengu. Vi lascio alla lettura (cliccate sull'immagine per visualizzarla per intero). P.s. un grazie a chi ci ha portato sul monte Takao e un altro grazie grandissimo sempre alle stesse persone per essersi pazientemente trascinate me e Matteo su per tutta la salita mentre tentavamo di fotografare anche i lombrichi, chi ha tanta pazienza andrebbe fatto santo.

domenica 26 febbraio 2012

Del malcontento invernale

E' ormai fine di febbraio, dall'ultimo raggio di sole che ti scalda ne son passati di mesi. Sulle riviste iniziano a comparire gli ormai intramontabili servizi sugli accessori must per la primavera e gli eterni titoli "Quest'anno andranno di moda i colori pastello, tutti i consigli per rifarvi il guardaroba". Lasciamo perdere i commenti di vari amici e parenti che ormai sniffano la primavera nell'aria come cani da tartufo e non vedono l'ora di bruciare i propri cappotti in un rogo purificatore.
Anche qui a Tokyo l'atmosfera non è diversa, è da metà febbraio che i giapponesi ormai si credono in primavera nonostante il fatto che in Hokkaido ci siano ancora svariati metri di neve.
Ormai sappiamo già le date per la fioritura dei ciliegi e i professori a scuola continuano a suggerire i migliori posti dove poterla ammirare. Rifioriscono gli animi di tutti i lavoratori giapponesi che con la primavera vedono anche arrivare le festività nazionali, sporadici giorni dedicati ad altrettanti svariati eventi per cui il giapponese medio si può concedere una pausa dal lavoro.
Insomma tutto il mondo sembra aspettare con trepidazione il giorno in cui potranno finalmente tornare a sudare come dio comanda.


Io invece sono terrorizzata dall'arrivo del caldo, certo ogni tanto avrei il desiderio di poter uscire di casa senza sembrare un fagotto di lana ma poi mi sovvengono ricordi spiacevoli di metro affollate con condizionatore a palla e uscite brusche sulle piattaforme con conseguente semi svenimento causa botta di calore, nottate passate a svegliarsi ad intervalli per accendere/spegnere il condizionatore, tre cambi al giorno di vestiti e le figure caprine.
Si le figure di menta d'estate sono all'ordine del giorno qua in Giappone per una persona che come me ha la capacità di sudare anche a venti gradi vestita di sola canottiera.
Immaginatevi la scena: trenta e passa gradi con umidità che sfiora punte dell'ottanta per cento, hai appena corso i cento metri per prendere al volo il treno per arrivare in tempo a scuola. Si, hai fatto la doccia praticamente trenta secondi prima di mettere un piede fuori di casa, ma quando sali sulla carrozza sei già ad uno stato critico, non importa quanto sia stata attenta a non metterti magliette che lascino intravedere le inestetiche pezze di sudore, appena alzerai gli occhi noterai una delle tante donne giapponesi, perfetta nel suo abbigliamento multistrato e il suo trucco, appollaiata su tacchi massacranti e risplendente di vitalità. Tu invece hai i capelli come il lato ruvido della spugna per i piatti causa rifiuto dell'uso del phon, le occhiaie della grandezza di una mela cotogna e la vitalità di una nonnina ottantenne artritica.

No grazie, tenetevi l'estate e l'abbronzatura, io mi accontento di sembrare umana e non un blobber sudacchioso. Gia che ci sono mi tengo pure i dolci invernali, il caffè e latte caldo mentre me ne sto in un comodo bar, la tranquillità nel sapere che non dovrò mostrarmi in vestiti o costumi succinti e che quindi posso mangiare tutti gli yaki soba che voglio e le mangiate/abbuffate a casa di qualsiasi genere alimentare io riesca a ficcare nel nabe.


sabato 17 dicembre 2011

Patata dolce giapponese: epic win!

In questi giorni fa un freddo micidiale, è di quel freddo secco che quando c'è il sole si nasconde ma poi appena arriva la sera ti taglia la faccia in due.
Per questo ieri io e Matteo, usciti da scuola dopo due test di grammatica giapponese estrema (il mio tanto per dire era sulle forme di rispetto, そんけいご ai conoscitori dovrebbe dire tutto...), sulla via del ritorno ci stavamo deprimendo a vicenda, un po per il freddo, un po per le varie ipotesi che ci venivano in mente sul rush di test finali che ci sarà la prossima settimana.

C: Ma come fanno sti salary man ad andare in giro belli tranquilli con una camicia e una giacca addosso! Ma non lo sentono il freddo?

M: Ma che ne so, oddio l'hai vista la bambina in shorts? Pazza!

C: Si boh io non le capisco, io quando uscivo alla loro età mia madre mi conciava come l'omino Michelaine! Senti un po ma com'è andato il test?

M: Bene l'ho passato, però ora mi viene in mente che lunedì c'abbiamo quello enorme...

C: Io lo so che mi metteranno un esercizio infinito solo con le particelle, tutte diverse naturalmente! Le odio le particelle! Metà esercizio solo con quelle speciali con i loro cavolo di verbi che non userò mai come 'attendere ad una riunione'!

M: E se poi mi tolgono punti per i compiti che non ho mai consegnato durante questo periodo?

Ecco ora che avete un'idea del nostro stato d'animo potrete capire come l'idea di entrare al nostro supermercato di fiducia per arraffare una vaschettina di fritto misto, un panino al curry e qualche altra schifezza (solo per merenda eh!) ci abbia conquistato subito.
Carpiti i suddetti beni di prima necessità siamo andati a pagare, al che noto che dietro alla commessa il solito bracierino vuoto oggi è attivo e vi sostano dei cartocci con qualcosa di non ben definito dentro. Sporgo un po il collo indecisa...mah si va! crepi l'avarizia!
"Scusi ma che cosa sono?" "Yaki imo" "...(pausa in cui penso che ora ne so uguale a prima), mi può dare quella più piccola?" "E' sicura?" "Si si proprio quella"
Tempo di pagare, imbustare tutto e uscire e siamo già a ravanare come cani da tartufo per scoprire che cavolo abbiamo comprato. Il risultato è questo:

Patata dolce giapponese cotta su sassolini incandescenti.
Ce ne sbaffiamo metà nei cinque minuti che ci separano da casa e alla fine il giudizio è: è grande come un silos, ha la buccia croccante che non so sappiamo se mangiarla ma vabbè tanto quello che non ammazza ingrassa, costa poco, è calda e soprattutto ha un sapore che ricorda la castagna arrosto! Che dire? Abbiamo segnato un epic win sul versante cibo!

Immagine fantastica trovata sul blog/diario di questo ragazzo giapponese ( andate con il mouse sulle parole perché ultimamente blogo ha deciso di non mostrarmi più i link).

P.s. c'è stato uno scambio di informazioni sulla pagina Facebook circa la buccia della Imo, pare che andrebbe buttata e non mangiata, solo quella di quelle piccole è buona, comunque sembra che non morirò per così poco eppure avrei tanto voluto essere ricordata per essere entrata tra le morti più stupide nei Darwin Adwards!


venerdì 30 settembre 2011

L'Hanami sul tetto che scotta

Questo post è in cottura da un bel po di tempo, più di un mese per essere precisi, l'ho scritto e riscritto nella mia testa e ho anche pensato di non fargli mai vedere la luce del sole. Che detta così sembra una cosa tragica ma non vi preoccupate, non lo volevo scrivere perché in parte io e Matteo in questo caso ci facciamo davvero la figura degli idioti.
E' partito tutto quando abbiamo ricevuto la chiamata di A, un nostro amico giapponese molto appassionato di cucina italiana. A. ci invitava con molto anticipo ad una cena che si sarebbe tenuta per una delle feste più importanti dell'estate tokyoita: l'Hanabi sul fiume Sumida, ovvero i fuochi artificiali.
Tutti gli anni in estate si tengono moltissime feste corredate da fuochi d'artificio ma quest'anno, un po' causa risparmio energetico un po' come segno di lutto per le vittime dello tsunami, questo tipo di eventi è stato ridotto al minimo. Data la situazione, il già frequentatissimo hanabi sul Sumida quest'anno ha fatto il botto. Ma facciamo un passetto indietro.
A., oltre ad invitarci all'hanabi, ci invitava anche per una serata la settimana seguente da passare sbevazzando ad un izakaya vicino a casa sua. Io e Matteo, ben contenti di rivederlo, ci siamo presentati il giorno prestabilito alla porta di casa sua e abbiamo ricevuto una sorpresina: due begli yukata sgargianti che A. aveva comprato apposta per noi e che dovevamo tassativamente mettere il giorno della festa.
Abbiamo tentato in tutti i modi di dissuadere A. tentando di fargli capire che non ci saremmo sentiti a nostro agio, che era un bel gesto ma davvero non eravamo disposti a fare la figura dei due gaijin cretini. Ci sarebbe certamente piaciuto indossare uno yukata per una volta nella vita ma non al prezzo di dover fare la tratta ferroviaria da casa nostra alla sua indossandoli! Insomma avevamo un pudore e un certo rispetto verso noi stessi da mantenere!
Non c'è stato verso, A. coadiuvato dalla sua ragazza S. è riuscito a convincerci giocando la carta del "ma tanto saremo tutti vestiti così" e rincarando con l'asso del "è un regalo, mi piacerebbe che li indossaste".
Fatto sta che siamo stati giorni ad ingegnarci su come riuscire a passare inosservati in metro o su di una eventuale possibilità di metterceli una volta arrivati sul luogo della festa. Dopo qualche giorno A. ha deciso di venirci incontro: visto che per la festa c'era da preparare un sacco di roba da mangiare era meglio che andassimo molto prima a casa sua, indossassimo gli yukata per poi andare tutti assieme verso i preparativi.
Felici della soluzione quel giorno ci siamo incamminati verso casa di A. dove ci ha aperto S., tutta fasciata ad una spalla. Pare si fosse incrinata una scapola e per questo impossibilitata a mettersi come pattuito lo yukata. Fuori -1.
Entrati in casa troviamo A. alle prese con quintali di carne cruda pronta per essere cucinata la sera, si era infatti offerto come cuoco della combriccola. Ovviamente il menù era esclusivamente italiano.
Indossati gli yukata con particolare difficoltà della sottoscritta che non ne aveva mai messo uno e la mancanza di una mano buona di S., caricati gli ingredienti sul furgoncino di uno dei senpai di A. che avrebbe partecipato alla serata, partiamo finalmente verso il Sumida.

Durante la strada, nonostante fossero solo le tre, la folla ammassata ad ogni lato della strada costeggiante il fiume era impressionante: ragazzine già imbellettate che passeggiavano, gruppi di amici e famiglie accampati con gli immancabili teli incerati lungo il marciapiede che ricreavano un sentore di hanami urbano, bancarelle minuscole che esalavano vapori sospetti. E tonnellate di camioncini della polizia, vigili urbani, controllori del traffico agitatissimi e cordoni di agenti ad ogni angolo. Il tutto un po' perché in strada stavano per riversarsi circa un milione di persone (e non scherzo...) e la prevenzione in questi casi è d'obbligo, un po' perché una festa di questo tipo con tutta quella gente è un'occasione perfetta per qualsiasi cretino che abbia deciso di fare un macello.


Noi guardiamo e passiamo, la nostra festa si terrà sul tetto di un palazzo di proprietà di non si sa bene quale senpai di A. Arrivati scopriamo che il palazzo in questione è una fabbrica di scarpe, un po' straniti seguiamo i nostri ospiti su per scale e attraverso stanze piene di modelli in vari stadi di corso d'opera.
Nessuno indossa lo yukata.
Nemmeno qualcosa che gli assomigli lontanamente! Neppure A. ne indossa uno adducendo come scusa che dovrà cucinare e che lo indosserà solo dopo.
Non veniamo presentati a nessuno e ciò rende la nostra vergogna ancora più cocente, i nostri cari "amici" non sembrano intenzionati a spiegare a nessuno dei numerosi presenti alla preparazione chi cacchio siano i due stranieri vestiti da cretini che si sono portati dietro. Io guardo i coltelli da cucina professionali che A. si è portato dietro in una valigetta e medito cose impronunciabili.
Matteo decide che è meglio mettersi a fumare una sigaretta, io opto per aiutare nei preparativi A. e quello che sembra un giovane gruppo di mamme-mogli dei vari preseti. I preparativi si tengono in una cucinetta striminzita che evidentemente serve per il pranzo aziendale di ogni giorno. Ci sono pomodori da tagliare, funghi da pulire e limoni da strizzare. Dopo un po' S. decide che siamo in troppi, prende me e Matteo sotto la sua ala protettrice e ci accompagna su per altre scale fino alla terrazza.

Quando si dice l'organizzazione!
Dalla terrazza si vede tutto, l'orizzonte è libero da interruzioni visive, solo la nuovissima Tokyo Sky Tree si staglia altissima davanti a noi.
Il sole sta calando e sarebbe tutto bellissimo se non mi sentissi così tanto fuori luogo con quel cacchio di yukata addosso! Quando penso che non può andare peggio di così appare una bambina carinissima, poi un'altra...entrambe vestire con lo yukata. Siamo sue gaijin in un gruppo enorme di giapponesi vestiti alla buona e le uniche persone vestite in yukata sono delle bambine!

Vabbè proviamo a distrarci facendo un po' di foto alla vista che si gode da quassù prima che cali il sole.

Oltre a noi ci sono altri gruppi di persone che si sono organizzate per sfuggire alla calca e che stanno pasteggiando sui tetti.

Nel frattempo A. ha spostato la cucina sulla terrazza dove sta lavorando velocemente attorno ad una piastra rovente preparata ad hoc.

p.s. la vedete la bambina? ebbene ammetto che ho tentato per tutta la sera di farle delle foto decenti lontana dallo sguardo della madre di cui avevo seriamente paura.

Il buio cala e i piatti vengono messi in tavola, si attrezza anche un perfetto bar con tanto di birra alla spina e barman addetto, tra poco inizieranno i fuochi.

Ecco che iniziano, prima lentamente come richiami ogni cinque minuti, poi i veri fuochi che dureranno per l'intera serata dalle otto e mezza sino alle dieci per un totale di quindicimila salve.
Noi intanto abbiamo tutto il tempo di mangiare con calma e berci la nostra birra mentre tentiamo di rispondere alle domande dei nostri vicini di tavolo.
A. intanto continua ad affaccendarsi intorno alla mega piastra sulla quale sta cuocendo di tutto e non abbiamo molte occasioni per parlargli, inoltre la nostra richiesta di spiegazioni in merito agli yukata riceve solo un sorridente "mi dispiace"...

Intanto in base alla proporzione di alcol ingurgitato la festa si anima sempre di più e i nostri vicini pure, iniziano le domande di rito e quando si scopre che siamo entrambi italiani una delle giovani mamme, più rapida di un maestro di kung fu, apre lo yukata di Matteo sul petto e tasta un po' dichiarando che era una cosa ben strana che lui non avesse assolutamente nessun pelo mentre un vero italiano come Girolamo Panzetta...
Mentre Matteo tenta di sfuggire al palpeggiamento io subisco i mezzi complimenti e apprezzamenti dei vari uomini al tavolo che ormai hanno abbandonato la compostezza e incitano chiunque capiti loro a tiro a bere ciò che hanno nel bicchiere in un sol sorso. Se il malcapitato tenta di rifiutarsi partono incitamenti degni della curva nord del Livorno e il poveretto è costretto a cedere.
La serata continua così per un paio di ore ancora, ben oltre la fine dei fuochi che ad un certo punto sono diventati un accessorio visivo del divertimento. Ad un tratto la compagnia si dirada e si avvicina l'ora di ritornarsene a casa soprattutto per chi deve prendere la metro, la caciara di prima diventa un ordinato moto efficientissimo di pulizie e rassettamento della terrazza, in brevissimo tempo tutto è stato messo al suo posto e pulito.
Io e Matteo tentiamo di dare una mano ma veniamo fermati subito perché i nostri gentili ospiti vogliono evitare che ci sporchiamo gli yukata. Il senpai di A., quello che ci era venuto a prendere con il furgoncino, si materializza accanto a noi e ci scorta giù per le scale all'interno del palazzo fino ad una porta di metallo, si gira verso di noi con fare cospiratorio e sussurra "おばあちゃん" (zia) e prima che io possa capire il nesso spalanca la porta e ci ritroviamo in un appartamento enorme con una vetrata stratosferica che dà sulla città. Una casa da vecchia zia ovviamente, con trine e oggetti di dubbio gusto appesi ovunque e una riproduzione dell'amato carlino ormai defunto della signora versione pupazzo.
In casa ci sono la zia e alcuni parenti venuti per partecipare alla serata che si smaterializzano poco dopo lasciandoci soli con la signora, per fortuna la cosa non dura che per pochi secondi visto che S. appare per farci compagnia e piano piano tutti gli uomini rimasti a rassettare entrano uno alla volta nella casa sedendosi ovunque.
Tempo dieci minuti e i piccoli voraci iniziano a insidiare le rimanenze della cena che la zia stava incartando e la serata riprende inaspettatamente vita. Nel frattempo la zia inizia a fare domande e finalmente A. si degna di presentarci e di spiegare un po' che cosa ci facciamo li.
Vista l'ora tarda e la nostra impossibilità di riuscire a prendere l'ultimo treno il Senpai, effettivo proprietario della fabbrica e di tutto lo stabile, decide di portarci a casa con il suo camioncino, ci carica di dolcini di varia specie, raccatta A. e S. dichiarando di voler accompagnare anche loro e la serata si chiude così con un piacevole viaggio attraverso una Tokyo illuminata.


giovedì 7 luglio 2011

Arakawa Line, la tratta ferroviaria paradisiaca

Di news ne abbiamo davvero poche, in questi due giorni siamo stati impegnati in una dura lotta contro il giapponese. Abbiamo infatti iniziato le lezioni alla Yoshida Institute e non voglio mentirvi, sono massacranti: quattro ore di professoresse deliranti che tentano di spiegarti forme grammaticali giapponesi in giapponese, e con questo ho detto tutto.
Il tutto ha un solo effetto: ora dopo ora vedo il mio ragazzo trasformarsi sempre di più in un uomo distrutto e schiacciato dalla vita, con picchi di rosso carminio ogni volta che la professoressa lo chiama e sguardi tra il perso e lo sconcertato ogni volta che compare una nuova sequela di termini.
La maggior parte degli studenti della nostra classe ha già un'infarinatura della lingua quindi per i pochi che invece mancano questi due giorni sono stati un camion autotrasporti lanciato in piena faccia. Giurerei che se fossero soli una lacrimuccia di frustrazione la verserebbero.
L'impostazione poi tipicamente giapponese di "test+esami+punteggio=se non riesci presto e bene sei perso" certamente non aiutano lo studente novello.
E' comunque la classica situazione del "bere o affogare" e ho fiducia che con il passare delle settimane i poveretti si riprenderanno dallo shock iniziale.
La Yoshida, zona Waseda (celeberrima per la sua omonima universita, una delle migliori del Giappone), è raggiungibile con la Toden Arakawa Line.
La Toden Arakawa Line, lunga solo 12 chilometri, è una delle due linee di tram sopravvissute alla metro qui a Tokyo e salirci sopra è un'esperienza tutta particolare. Qui sotto un po' di foto fatte oggi durante il tragitto.











La nostra stazione di partenza qui a Higashi-Ikebukuro:


(si è il pupazzo di una tigre, ha impressionato anche me all'inizio e no, non so perché cavolo sia stata messa lì)




Passando a cose più triviali, abbiamo riassaggiato il ramen di Ojii-san (il nonnetto granitico che ha messo su un baracchino ambulante nel bel mezzo di un incrocio qui a Ikebukuro), e il nostro verdetto finale è: suggestivo il posto e pure Ojii-san ma il ramen non ne vale la pena.




lunedì 4 luglio 2011

Parco di Kichijoji: la riscoperta dell'uomo che è in ognuno di noi

Domenica che si fa a Tokyo?
Ma naturalmente si va a sbiaccarsi in un qualsiasi parco della città! E se la suddetta città non offre abbastanza per voi allora potete prendere la Chuo Line per Mitaka e scendere nel quartiere di Kichijoji, che ospita il parco di Inokashira.


Famoso anche per essere una delle ambientazioni del manga G.T.O. e del museo Ghibli, Kichijoji è un quartiere atipico nel satellite tokyoita: più rilassato e meno commerciale, è il ritrovo di molti giovani artisti e meta del weekend per le famiglie che si vogliono prendere un break dal caos cittadino.
Il parco poi ospita svariate attrazioni per il turista, dallo zoo al giro sul fiume con barchetta a noleggio.




L'ultima opzione è stata per noi particolarmente appetibile e non abbiamo esitato un secondo a fiondarci sul piccolo molo per accaparrarci per un'ora il piacere di sudare si, ma a pelo dell'acqua!
Le opzioni per il noleggio erano tre: pedalò semplice, pedalò cignato, ossia dalla stucchevole forma di cigno, e barchetta a remi. Ovviamente, come qualsiasi persona insana di mente e in piena crisi di autolesionismo, abbiamo preferito il virile sudare sotto il "sol levante" e i calli alle mani.
La sottoscritta è fiera di annunciarvi la stretta di mano con sputo, metaforica naturalmente, con la propria parte maschia, dato che, vista l'assoluta mancanza di abilità vogatoria di Matteo (che si giustifica di essere geneticamente incapace perché nato in collina), o vogava la donna, oppure si restava in balia della corrente.
Non vi dico che ilarità ciò ha scatenato nella popolazione aborigena...
Comunque guardate per credere:




ciò che avremmo dovuto prendere maledetti noi


Matteo che si rende utile come fotoreporter


pausa sotto le fresche frasche


granita giapponese alla ciliegia post-maschia sudata

Refrigerati, ci siamo diretti verso il piccolo tempio del parco, dedicato naturalmente all'acqua vista l'ubicazione.









Interessanti anche i personaggi che si possono vedere al parco di domenica, un mix di famiglie, coppie, residui hippie e giocolieri in erba. Il vincitore di questa domenica è sicuramente il sosia triste di Takeshi Kitano.


Angolo Abbuffata

Pranzo: pesceeee! Mi sono innamorata di questo locale, unica pecca: nelle comode caraffe sui tavoli non esiste l'opzione acqua, solo quel miscuglio inbevibile di caffè/thè/monetine-da-un-centesimo-sciolte.


(trattasi di fantastico letto di riso con mistone di tutto ciò che si può considerare marino)


(stessa cosa come sopra ma con polpa di granchio cotta)

Cena: carne alla griglia (again).


Vi lascio con il lancio di un futuro post di Matteo, che non so quando comparirà ma abbiate fede!


sabato 2 luglio 2011

Girare a vuoto dà soddisfazioni

Scegliere vie a caso è secondo me la miglior tattica per trovare cose interessanti in Giappone.
Se il normale residente di Tokyo 99 volte su 100 non sa che cosa ci sia tra una fermata e l'altra della metropolitana, non è detto che questa sia una strategia buona per ogni tipo di persona.
Girare e rigirare sempre per le solite vie a lungo andare stanca e si rischia di perdersi quello che è il vivere giornaliero e i piccoli scorci da cartolina che si trovano magari due vie dietro alla facciata scintillante e caotica del centro.
Insomma, perdersi fa bene!
In più bisogna tener di conto che spesso ci sono molte più cose "dietro" o "sopra" che davanti.
Per fare un piccolo esempio basti pensare a tutti i locali e ristoranti che si trovano nei piani alti degli edifici: dalla strada spesso non si vede un bel niente a parte qualche insegna ed entrarci dà una sorta di timore da scoperta, non sai mai cosa si cela dietro a quella porta. Invece, esperienza insegna, andare ad intuito può portare a piacevoli scoperte, ambienti accoglienti e familiari, camerieri gentili e buona cucina.
Non vi spaventate se dovete seguire il solerte cameriere per scale ripide che scendono nell'ignoto, fidatevi di lui come dei novelli Dante con il loro Virgilio orientale.


Stessa cosa vale per le viuzze residenziali: strade silenziosissime dove incrocerete giapponesi stupiti che baldi esploratori occidentali si siano spinti così addentro alla selva oscura.
Casalinghe di ritorno dalla spesa, madri con figli, studentesse in bici, vecchietti che si fanno la loro abituale passeggiatina serale, tutti vi guarderanno con un misto di stupore e ribrezzo curiosità.
Ecco i frutti della photo/discovery/walk di oggi


P.s. l'angolo abbuffata di oggi vi riserva solo dolci (Ema sarebbe fiero di me!)


la torta perfetta di Pronto Cafè, continuo a sospettare che le taglino con il laser i maledetti!


il pancake della mezzanotte (altro che spaghettate notturne, i giapponesi ci battono sulla linea di partenza)