Visualizzazione post con etichetta etaria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta etaria. Mostra tutti i post

domenica 25 novembre 2012

Impazziamo?

     -Dove sei stato?- lo interruppe Arthur, riuscendo finalmente ad esprimere un concetto interrogativo.
     -In giro- disse Ford. -Un po' di quà e un po' di là.- Fece un sorriso volutamente irritante. -A un certo punto ho semplicemente sganciato il cervello. Ho pensato che se il mondo mi avesse rivoluto indietro mi avrebbe chiamato.-
     Arthur scrollò la testa e si sedette. Poi alzò gli occhi.
     -Credevo che tu fossi morto...- disse.
     -Anch'io l'ho creduto, per un po'- disse Ford. -Poi, per un paio di settimane, mi sono convinto di essere un limone. Mi divertivo a saltare in continuazione dentro e fuori da un gin tonic.
     Arthur si schiarì la voce due volte.
     -Dove diavolo hai...?
     -Trovato un gin tonic?- disse allegro Ford. -Bè, ho trovato un laghetto che era convinto di essere un gin tonic, e io ci saltavo dentro in continuazione. Oddio, che fosse convinto di essere un gin tonic lo pensavo io, naturalmente. Ma potrei essermi sbagliato. Forse era solo la mia immaginazione.
     Ford esibì un sorriso così folle che avrebbe indotto a fuggire il più temerario degli uomini e tacque in attesa della reazione di Arthur. 
                             da "La vita, l'Universo e tutto quanto", Douglas Adams

giovedì 5 luglio 2012

A volte ritornano






So che non potete credere ai vostri occhi, che non ve lo aspettavate più e che magari qualcuno di voi ha caricato la pagina più volte come quando si sbattono le palpebre e si strofinano gli occhi in segno di estrema sorpresa. Credetemi, niente in questo periodo è andato come credevo/avevoprogrammato/sperato. Un bel po di cose sono andate storte nell'immediato rientro (e non sto parlando del mio timore di farmi smarrire le valigie nel validissimo aeroporto di Fiumicino).
Ho passato le ultime settimane in degenza come una vecchietta, consolando le mie ore con le tonnellate di libri che avevo lasciato impilate diligentemente e in attesa del mio ritorno, il tutto rafforzato da silos di prosciutto toscano ben tirato, formaggi a profusione e vino. Tanto vino.
Per dovere di cronaca devo ritrattare quello che avevo scritto e paventato nell'ultimo post riguardo a commenti vari ed eventuali sulla mia permanenza in Giappone: non ci sono stati. Avete capito bene, nessuno si è azzardato a fare commenti o battuttine! E qui parte l'analisi antropologica del cambiamento subito dalla mentalità degli italiani in questo mio anno di assenza.
L'italiano medio che un anno fa si sentiva, immeritatamente, superiore al nativo nipponico, causa avvento di Ms Crisi (gran signora) ha riconsiderato se stesso e la società in cui vive. Andare all'estero pare oggi una soluzione tra le migliori quando solo un anno fa veniva concepita alla stregua di alto tradimento verso la propria patria e soprattutto verso i propri genitori.
Oggi, alla domanda se voglio ritornare in Giappone in un futuro prossimo uso questa comodissima e quanto mai falsa risposta pre-registrata: "Eh ma cosa ci vuoi fare in Italia di questi tempi..."
Seguono cenni di assenso e comprensione, sospiri pesanti e un accenno a caso riguardo figli di cugini di amici che se ne sono andati a Londra/Amsterdam ecc...
In più c'è stato il terremoto in Emilia, no non fate quelle facce, è vero! Non potete immaginare quanti hanno subito fatto l'associazione Giappone/terremoto/da-loro-li-non-crollano-i-palazzi. A questo punto per una specie di ragionamento piramidale, tu, che te ne sei andato in Giappone, dove non crollano i palazzi alla minima scossa di terremoto, perdi la tua aura da cretino che ha lasciato casa e ne acquisti uno nuova di non ho ancora capito bene cosa. Ma pare migliore.
Poi c'è stato Douglas Adams: è apparso alle tre del pomeriggio in una miseranda libreria piena di best sellers e libri di battute di Brignano, mi guardava dalla copertina dei suoi due libri inediti appena pubblicati e pareva mi dicesse "Tranquilla, è arrivato il ganzo che sa dove stà il suo asciugamano". Mai amore fu più grande e consolatore.
Quindi da questo momento in poi mi metterò sotto a sfornare tutti quei post che negli ultimi mesi ho scritto solo in testa e voi siete stati avvertiti!

P.s. per chi non conoscesse Douglas Adams non ho che da dire "Vergogna su di voi e sulla vostra progenie!", filate immediatamente a comprare "Guida galattica per gli autostoppisti" o convincete la vostra biblioteca di fiducia a comprare qualcosa di utile una volta tanto. E non vi fate fermare dall'orrendo riassunto in seconda di copertina di quegli sciagurati della Mondadori!


giovedì 17 maggio 2012

Giramenti di...

In questi giorni scommetto che abbiamo condiviso un generale e grandissimo giramento di..., voi perché nell'ultimo post l'immagine che ho caricato è grande come una caccola, io perché della grandezza della suddetta immagine mi sono accorta solo due giorni dopo e ho passato gli ultimi giorni a tentare di combattere contro la mia deficienza congenita verso i pc e l'agonia del mio laptop. Dopo smoccolamenti vari, prove di respirazione bocca a bocca e riti voodoo indirizzati ai creatori di Blogo, ho compiuto l'atto estremo: sono andata da Big Camera e mi sono accattata un nuovo pc dopo ben sei anni di relazione stretta amore/odio con il bastardo precedente. Ho riposto tutte le mie speranze su N.3 ma salta fuori che Lion (sistema operativo Mac) non ne vuol nemmeno sentir parlare di Blogo... gli adepti della mela luminosa devono soffrire ogni giorno per la loro vena main stream, soprattutto quelli che vogliono mettere immagini molto grandi sui propri blog! L'unica mia speranza ora è riposta in quell'essere che è il mio consorte e nella sua capacità di fregarsene dei miei tribolamenti. Unica nota positiva: N.3 a differenza di N.2 pare tollerare il mio desiderio di scaricare le foto fatte con la mia Pentax quindi non potete capire la mia goduria nel poter finalmente visualizzare tutte le foto scattate negli ultimi sei mesi finalmente a schermo intero! Questo implica che riuscirò a condividere con voi un po di perle in cui mi sono imbattuta negli ultimi mesi senza dover per forza farvi soffrire come cani per la definizione delle foto fatte con il cellulare. Se volete potete comunque insultarmi liberamente nei commenti, giuro che non piango.

giovedì 9 febbraio 2012

Tabaccheria La stazione Donoratico

"C'è stato un periodo sotto Natale in cui la presenza dell'Italia in Giappone è aumentata esponenzialmente. Tutto ciò si deve ad un uomo e al suo tabaccaio di fiducia"


Nel periodo Natale/Capodanno i nostri hanno deciso di venirci a trovare. Da quando i biglietti sono stati acquistati non c'è stato giorno in cui le conversazioni sul web non fossero farcite con "ma il miele di zio te lo porto?", "quante scatole di Oki vuoi, una o due?", ho aspettato il momento con ansia, facendo il conto alla rovescia, l'Oki mi mancava!
Arriva il grande giorno, baci abbracci e genitori rintontiti dal viaggio.
Inizia un tour de force tra templi, quartieri zipilli di gente alla disperata ricerca del regalo perfetto per il proprio cane e molto altro ma, ad un certo punto arriva. Il momento in cui mio padre in un café tranquillo mi spiega la sua missione, il vero motivo della sua venuta in questo paese ai confini delle cartine europee. In sostanza la cosa è questa:

"Deh, te lo ricordi il tabaccaio della stazione? L'altro giorno ci sono passato e gli ho detto che venivo qua a trovarti. Allora lui mi ha dato l'accendino con il nome del tabacchino scritto sopra e mi ha chiesto se gli potevo fare una foto qua a Tokyo".

Potete capire bene che a quel punto io ho sentito la missione di mio padre come la mia, come se il tabaccaio in persona me l'avesse affidata. E non ci inimica mai il proprio tabaccaio di fiducia, sia mai che mentre sei di corsa per prendere il treno scopri che la macchinetta della stazione è guasta, cosa fai? Devi andare dal tabaccaio. E se quello ha gente? Sono anni che fai avanti e indietro, tuo padre ci compra il giornale tutte le mattine, basta un cenno, ti allunga il biglietto alla spicciola che poi passa babbo più tardi. Ma se si ricordasse all'ultimo secondo di quella volta in cui ti aveva chiesto quel piccolo favore riguardo ad un accendino e una foto? Potrebbe far finta di niente, non notare studiatamente il tuo trolley e magari tirare per le lunghe la conversazione con il cliente prima di te.
L'amicizia del tabaccaio è cosa ricercata e preziosa.
E' per questo che ci siamo adoperati nella nostra missione, non senza qualche rimprovero bonario da parte di mia madre circa la nostra presunta mancanza di buon gusto: "Via, siamo ad un tempio bellissimo e ve ne venite fuori con il tabacchi della stazione di Donoratico! Io guarda...non vi capisco!"
Le foto sono tante, ma la mia preferita in assoluto è questa qua, spero la apprezzerete tanto quanto noi abbiamo sghignazzato a farla.
E adesso che avete sentito la magica avventura di come un piccolo accendino giallo con la scritta "Tabacchi La stazione Donoratico" e il disegnino di un treno, dopo un viaggio lungo centinaia di chilometri sia riuscito a compiere il proprio fato me ne posso anche andare a letto!

P.s. il personaggio nella foto, quello disegnato non mio padre!, è Hattori-kun, ninja dell'anime omonimo e maschera dell'Amico in 20th Century Boys.



sabato 17 dicembre 2011

Patata dolce giapponese: epic win!

In questi giorni fa un freddo micidiale, è di quel freddo secco che quando c'è il sole si nasconde ma poi appena arriva la sera ti taglia la faccia in due.
Per questo ieri io e Matteo, usciti da scuola dopo due test di grammatica giapponese estrema (il mio tanto per dire era sulle forme di rispetto, そんけいご ai conoscitori dovrebbe dire tutto...), sulla via del ritorno ci stavamo deprimendo a vicenda, un po per il freddo, un po per le varie ipotesi che ci venivano in mente sul rush di test finali che ci sarà la prossima settimana.

C: Ma come fanno sti salary man ad andare in giro belli tranquilli con una camicia e una giacca addosso! Ma non lo sentono il freddo?

M: Ma che ne so, oddio l'hai vista la bambina in shorts? Pazza!

C: Si boh io non le capisco, io quando uscivo alla loro età mia madre mi conciava come l'omino Michelaine! Senti un po ma com'è andato il test?

M: Bene l'ho passato, però ora mi viene in mente che lunedì c'abbiamo quello enorme...

C: Io lo so che mi metteranno un esercizio infinito solo con le particelle, tutte diverse naturalmente! Le odio le particelle! Metà esercizio solo con quelle speciali con i loro cavolo di verbi che non userò mai come 'attendere ad una riunione'!

M: E se poi mi tolgono punti per i compiti che non ho mai consegnato durante questo periodo?

Ecco ora che avete un'idea del nostro stato d'animo potrete capire come l'idea di entrare al nostro supermercato di fiducia per arraffare una vaschettina di fritto misto, un panino al curry e qualche altra schifezza (solo per merenda eh!) ci abbia conquistato subito.
Carpiti i suddetti beni di prima necessità siamo andati a pagare, al che noto che dietro alla commessa il solito bracierino vuoto oggi è attivo e vi sostano dei cartocci con qualcosa di non ben definito dentro. Sporgo un po il collo indecisa...mah si va! crepi l'avarizia!
"Scusi ma che cosa sono?" "Yaki imo" "...(pausa in cui penso che ora ne so uguale a prima), mi può dare quella più piccola?" "E' sicura?" "Si si proprio quella"
Tempo di pagare, imbustare tutto e uscire e siamo già a ravanare come cani da tartufo per scoprire che cavolo abbiamo comprato. Il risultato è questo:

Patata dolce giapponese cotta su sassolini incandescenti.
Ce ne sbaffiamo metà nei cinque minuti che ci separano da casa e alla fine il giudizio è: è grande come un silos, ha la buccia croccante che non so sappiamo se mangiarla ma vabbè tanto quello che non ammazza ingrassa, costa poco, è calda e soprattutto ha un sapore che ricorda la castagna arrosto! Che dire? Abbiamo segnato un epic win sul versante cibo!

Immagine fantastica trovata sul blog/diario di questo ragazzo giapponese ( andate con il mouse sulle parole perché ultimamente blogo ha deciso di non mostrarmi più i link).

P.s. c'è stato uno scambio di informazioni sulla pagina Facebook circa la buccia della Imo, pare che andrebbe buttata e non mangiata, solo quella di quelle piccole è buona, comunque sembra che non morirò per così poco eppure avrei tanto voluto essere ricordata per essere entrata tra le morti più stupide nei Darwin Adwards!


venerdì 30 settembre 2011

L'Hanami sul tetto che scotta

Questo post è in cottura da un bel po di tempo, più di un mese per essere precisi, l'ho scritto e riscritto nella mia testa e ho anche pensato di non fargli mai vedere la luce del sole. Che detta così sembra una cosa tragica ma non vi preoccupate, non lo volevo scrivere perché in parte io e Matteo in questo caso ci facciamo davvero la figura degli idioti.
E' partito tutto quando abbiamo ricevuto la chiamata di A, un nostro amico giapponese molto appassionato di cucina italiana. A. ci invitava con molto anticipo ad una cena che si sarebbe tenuta per una delle feste più importanti dell'estate tokyoita: l'Hanabi sul fiume Sumida, ovvero i fuochi artificiali.
Tutti gli anni in estate si tengono moltissime feste corredate da fuochi d'artificio ma quest'anno, un po' causa risparmio energetico un po' come segno di lutto per le vittime dello tsunami, questo tipo di eventi è stato ridotto al minimo. Data la situazione, il già frequentatissimo hanabi sul Sumida quest'anno ha fatto il botto. Ma facciamo un passetto indietro.
A., oltre ad invitarci all'hanabi, ci invitava anche per una serata la settimana seguente da passare sbevazzando ad un izakaya vicino a casa sua. Io e Matteo, ben contenti di rivederlo, ci siamo presentati il giorno prestabilito alla porta di casa sua e abbiamo ricevuto una sorpresina: due begli yukata sgargianti che A. aveva comprato apposta per noi e che dovevamo tassativamente mettere il giorno della festa.
Abbiamo tentato in tutti i modi di dissuadere A. tentando di fargli capire che non ci saremmo sentiti a nostro agio, che era un bel gesto ma davvero non eravamo disposti a fare la figura dei due gaijin cretini. Ci sarebbe certamente piaciuto indossare uno yukata per una volta nella vita ma non al prezzo di dover fare la tratta ferroviaria da casa nostra alla sua indossandoli! Insomma avevamo un pudore e un certo rispetto verso noi stessi da mantenere!
Non c'è stato verso, A. coadiuvato dalla sua ragazza S. è riuscito a convincerci giocando la carta del "ma tanto saremo tutti vestiti così" e rincarando con l'asso del "è un regalo, mi piacerebbe che li indossaste".
Fatto sta che siamo stati giorni ad ingegnarci su come riuscire a passare inosservati in metro o su di una eventuale possibilità di metterceli una volta arrivati sul luogo della festa. Dopo qualche giorno A. ha deciso di venirci incontro: visto che per la festa c'era da preparare un sacco di roba da mangiare era meglio che andassimo molto prima a casa sua, indossassimo gli yukata per poi andare tutti assieme verso i preparativi.
Felici della soluzione quel giorno ci siamo incamminati verso casa di A. dove ci ha aperto S., tutta fasciata ad una spalla. Pare si fosse incrinata una scapola e per questo impossibilitata a mettersi come pattuito lo yukata. Fuori -1.
Entrati in casa troviamo A. alle prese con quintali di carne cruda pronta per essere cucinata la sera, si era infatti offerto come cuoco della combriccola. Ovviamente il menù era esclusivamente italiano.
Indossati gli yukata con particolare difficoltà della sottoscritta che non ne aveva mai messo uno e la mancanza di una mano buona di S., caricati gli ingredienti sul furgoncino di uno dei senpai di A. che avrebbe partecipato alla serata, partiamo finalmente verso il Sumida.

Durante la strada, nonostante fossero solo le tre, la folla ammassata ad ogni lato della strada costeggiante il fiume era impressionante: ragazzine già imbellettate che passeggiavano, gruppi di amici e famiglie accampati con gli immancabili teli incerati lungo il marciapiede che ricreavano un sentore di hanami urbano, bancarelle minuscole che esalavano vapori sospetti. E tonnellate di camioncini della polizia, vigili urbani, controllori del traffico agitatissimi e cordoni di agenti ad ogni angolo. Il tutto un po' perché in strada stavano per riversarsi circa un milione di persone (e non scherzo...) e la prevenzione in questi casi è d'obbligo, un po' perché una festa di questo tipo con tutta quella gente è un'occasione perfetta per qualsiasi cretino che abbia deciso di fare un macello.


Noi guardiamo e passiamo, la nostra festa si terrà sul tetto di un palazzo di proprietà di non si sa bene quale senpai di A. Arrivati scopriamo che il palazzo in questione è una fabbrica di scarpe, un po' straniti seguiamo i nostri ospiti su per scale e attraverso stanze piene di modelli in vari stadi di corso d'opera.
Nessuno indossa lo yukata.
Nemmeno qualcosa che gli assomigli lontanamente! Neppure A. ne indossa uno adducendo come scusa che dovrà cucinare e che lo indosserà solo dopo.
Non veniamo presentati a nessuno e ciò rende la nostra vergogna ancora più cocente, i nostri cari "amici" non sembrano intenzionati a spiegare a nessuno dei numerosi presenti alla preparazione chi cacchio siano i due stranieri vestiti da cretini che si sono portati dietro. Io guardo i coltelli da cucina professionali che A. si è portato dietro in una valigetta e medito cose impronunciabili.
Matteo decide che è meglio mettersi a fumare una sigaretta, io opto per aiutare nei preparativi A. e quello che sembra un giovane gruppo di mamme-mogli dei vari preseti. I preparativi si tengono in una cucinetta striminzita che evidentemente serve per il pranzo aziendale di ogni giorno. Ci sono pomodori da tagliare, funghi da pulire e limoni da strizzare. Dopo un po' S. decide che siamo in troppi, prende me e Matteo sotto la sua ala protettrice e ci accompagna su per altre scale fino alla terrazza.

Quando si dice l'organizzazione!
Dalla terrazza si vede tutto, l'orizzonte è libero da interruzioni visive, solo la nuovissima Tokyo Sky Tree si staglia altissima davanti a noi.
Il sole sta calando e sarebbe tutto bellissimo se non mi sentissi così tanto fuori luogo con quel cacchio di yukata addosso! Quando penso che non può andare peggio di così appare una bambina carinissima, poi un'altra...entrambe vestire con lo yukata. Siamo sue gaijin in un gruppo enorme di giapponesi vestiti alla buona e le uniche persone vestite in yukata sono delle bambine!

Vabbè proviamo a distrarci facendo un po' di foto alla vista che si gode da quassù prima che cali il sole.

Oltre a noi ci sono altri gruppi di persone che si sono organizzate per sfuggire alla calca e che stanno pasteggiando sui tetti.

Nel frattempo A. ha spostato la cucina sulla terrazza dove sta lavorando velocemente attorno ad una piastra rovente preparata ad hoc.

p.s. la vedete la bambina? ebbene ammetto che ho tentato per tutta la sera di farle delle foto decenti lontana dallo sguardo della madre di cui avevo seriamente paura.

Il buio cala e i piatti vengono messi in tavola, si attrezza anche un perfetto bar con tanto di birra alla spina e barman addetto, tra poco inizieranno i fuochi.

Ecco che iniziano, prima lentamente come richiami ogni cinque minuti, poi i veri fuochi che dureranno per l'intera serata dalle otto e mezza sino alle dieci per un totale di quindicimila salve.
Noi intanto abbiamo tutto il tempo di mangiare con calma e berci la nostra birra mentre tentiamo di rispondere alle domande dei nostri vicini di tavolo.
A. intanto continua ad affaccendarsi intorno alla mega piastra sulla quale sta cuocendo di tutto e non abbiamo molte occasioni per parlargli, inoltre la nostra richiesta di spiegazioni in merito agli yukata riceve solo un sorridente "mi dispiace"...

Intanto in base alla proporzione di alcol ingurgitato la festa si anima sempre di più e i nostri vicini pure, iniziano le domande di rito e quando si scopre che siamo entrambi italiani una delle giovani mamme, più rapida di un maestro di kung fu, apre lo yukata di Matteo sul petto e tasta un po' dichiarando che era una cosa ben strana che lui non avesse assolutamente nessun pelo mentre un vero italiano come Girolamo Panzetta...
Mentre Matteo tenta di sfuggire al palpeggiamento io subisco i mezzi complimenti e apprezzamenti dei vari uomini al tavolo che ormai hanno abbandonato la compostezza e incitano chiunque capiti loro a tiro a bere ciò che hanno nel bicchiere in un sol sorso. Se il malcapitato tenta di rifiutarsi partono incitamenti degni della curva nord del Livorno e il poveretto è costretto a cedere.
La serata continua così per un paio di ore ancora, ben oltre la fine dei fuochi che ad un certo punto sono diventati un accessorio visivo del divertimento. Ad un tratto la compagnia si dirada e si avvicina l'ora di ritornarsene a casa soprattutto per chi deve prendere la metro, la caciara di prima diventa un ordinato moto efficientissimo di pulizie e rassettamento della terrazza, in brevissimo tempo tutto è stato messo al suo posto e pulito.
Io e Matteo tentiamo di dare una mano ma veniamo fermati subito perché i nostri gentili ospiti vogliono evitare che ci sporchiamo gli yukata. Il senpai di A., quello che ci era venuto a prendere con il furgoncino, si materializza accanto a noi e ci scorta giù per le scale all'interno del palazzo fino ad una porta di metallo, si gira verso di noi con fare cospiratorio e sussurra "おばあちゃん" (zia) e prima che io possa capire il nesso spalanca la porta e ci ritroviamo in un appartamento enorme con una vetrata stratosferica che dà sulla città. Una casa da vecchia zia ovviamente, con trine e oggetti di dubbio gusto appesi ovunque e una riproduzione dell'amato carlino ormai defunto della signora versione pupazzo.
In casa ci sono la zia e alcuni parenti venuti per partecipare alla serata che si smaterializzano poco dopo lasciandoci soli con la signora, per fortuna la cosa non dura che per pochi secondi visto che S. appare per farci compagnia e piano piano tutti gli uomini rimasti a rassettare entrano uno alla volta nella casa sedendosi ovunque.
Tempo dieci minuti e i piccoli voraci iniziano a insidiare le rimanenze della cena che la zia stava incartando e la serata riprende inaspettatamente vita. Nel frattempo la zia inizia a fare domande e finalmente A. si degna di presentarci e di spiegare un po' che cosa ci facciamo li.
Vista l'ora tarda e la nostra impossibilità di riuscire a prendere l'ultimo treno il Senpai, effettivo proprietario della fabbrica e di tutto lo stabile, decide di portarci a casa con il suo camioncino, ci carica di dolcini di varia specie, raccatta A. e S. dichiarando di voler accompagnare anche loro e la serata si chiude così con un piacevole viaggio attraverso una Tokyo illuminata.


lunedì 4 luglio 2011

scusa, scusi

Dopo aver visto questo programma in tv oggi, la mia paura di accendere la televisione e di beccarmi la pubblicità di Luigi Marra con annesse italichemanze arcureggianti e regimi vari, si è fatta veramente concreta.

Della serie "etaria" brrr


mercoledì 29 giugno 2011

novemilaottocentosettantuno

Certe volte capita che, fermandomi a pensare, ricordi di quaaanti cavolo di chilometri mi separano da casa, e dall'Italia in generale, quel numerone, 9 8 7 1 campeggia a caratteri cubitali nella testolina, ti guardi intorno e ti ritrovi sommerso da un tottiliardo di segni strani e da milioni di occhietti mandorlosi, e allora dici "minchia... sò proprio lontano!!!...........bhè, dai in questo post c'è anche del vero maaa, diciamo che, torni subito con i piedi per terra e ti rendi conto che la terra è piccola e di Italia spammata random in Giappone ce n'è anche troppa^^


quindi anche voi gustatevi le meraviglie dell' italian-spamming in Giappone.

continueremo ad aggiornare questa sezione che sarà marchiata con il tag "etaria".
poi in futuro, solo per i veri appassionati di italian-spammingaccaso, vediamo se riusciamo a postare qualche foto di alcuni ristoranti italiani improvvisati che celano al loro interno delle vere e proprie perle da collezione... I MENU SCRITTI DA GIAPPONESI, pura poesia...